Astriaha di Cristina Soddu

Mi prudevano le mani: volevo tanto infilarmi anche io a capofitto nel polverone scatenato dall’articolo di Repubblica sulla bella Insalatina, e sul fenomeno (a tratti grottesco) del fashion bloggin’, oramai inteso come: vado all’angolo della strada, mi faccio ritrarre in posa dubbia, tra il vampesco, il vampiresco e l’ingenua innocenza, con addosso delle mises quanto meno deprecabili. Aggiungi sotto: “vi piace il mio outfit?”. E voila’! Sei una fake-star. Mi e’ troppo facile aggrottare le sopracciglia su una generazione partorita da anni di “grande fratello” e compagnia bella, mi e’ troppo difficile comprendere il successo di tale formula. Ma il successo c’e', e quindi taccio.
Anche perche’ oggi voglio parlarvi degli abiti di Cristina Soddu, abiti per cui mi sono preparata ripassando le nozioni di ben altro fenomeno della storia e del costume: quello delle gheishe. E sento che una vera gheisha, al mio posto, porterebbe sulle labbra un gelido silenzio.

Cristina, come me, e’ passata attraverso una fanciullezza condita al Giappone, e nipponica in tutte le salse: partendo dai cartoni animati, planando sui manga, ed arrivando allo spaesamento della giovanissima Scarlett Johansson in “Lost in Traslation”. Cristina, piu’ di altri, ha mantenuto viva negli anni la passione per il lontano Oriente, e la inneggia oggi confezionando con meravigliosi tessuti nipponici i suoi bellissimi Kimori (versione moderna dell’aristocratico Haori) ed Obi.
Elegantissimi, regali, pregiati. Tutti pezzi unici, irripetibili. Come si deve, con rispetto, ad una tradizione storica che vedeva il costume come elemento chiave, che diveniva esso stesso principale canale di comunicazione (anche dello status della studentessa, da apprendista Maiko a Gheisha vera e propria). Anche l’Obi, in Giappone, parla di distinzioni, per nulla sottili: portato in un verso dalle Gheishe, dall’altro dalle prostitute. Insomma, mica dettagli.

Verrebbe voglia di lanciarsi in una lunghissima dissertazione su di un mondo che, comunque, ci resta estraneo, lontano, non pienamente comprensibile. Misterioso, alimentato nel suo rimanere in parte segreto dalle pochissime Gheishe rimaste, che come sempre fu, mantengono il massimo riserbo su molte questioni. Ma mi piace, questo non esserci dato sapere. Del resto, l’incontro con l’occidente ha segnato, fra incomprensioni, equivoci e contaminazioni, l’inizio della fine di questa lunghissima storia. Lasciamo a loro il mistero, prendiamo noi tessuti, fogge e un immutato senso di fascino per le terre e le tradizioni piu’ lontane.

Io vi invito a visitare la pagina facebook di Astriaha: fino al primo maggio, potrete partecipare all’evento “Gira il Kimori”…ma non svelo null’altro. Scoprirete i dettagli sulla pagina. Io vado a preparare, silenziosamente, il the’.
E a riguardarmi queste meraviglie: presto, ne vorro’ una nel mio armadio. Che comunichi, una volta e per tutte, che scrivo su un blog (e’ vero), di moda (inconfutabile), ma che no…non sono una fashion blogger. Chissa’ che un giorno non riesca a visitare il Giappone. Proprio in questo periodo, ovviamente. Con i ciliegi che urlano l’arrivo della primavera.

ASTRIAHA: “Una storia come la mia non andrebbe mai raccontata, perché il mio mondo è tanto proibito quanto fragile, senza i suoi misteri non può sopravvivere” (Da “Memorie di una Gheisha” di Arthur Golden).

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Ancora silenzio...sas

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